Riflessioni da Israele

29 Ottobre

 

Gerusalemme

Sei la religiosa sonnolenza di una civiltà.

 

29 Ottobre 

 

In pullman da Betlemme a Gerusalemme

Una terra di guerra. Una terra, oltre la guerra.

Non era forse questa contrada di verità? Di pace?

Esiste davvero la libertà?

Carcerieri ad ovest impediscono ai carcerati dell’est di raggiungere la terra promessa, quella terra di mezzo, quella “senza bandiere”.

Tornerà il tempo per tornare?

Ad est dicono di sì, lo scrivono sui muri del Campo Profughi Aida, dove ho appena trascorso la mia giornata.

Il velo che indossano le donne sembra parlarmi, ora: è sceso lentamente sui loro volti come sul cuore di chi ignora cosa significhi passeggiare con una cintura ed un solo buco troppo stretto, l’indifferenza.

 

Gerusalemme

29 Ottobre 

 

Ancora

Continuo a pensare a quella gente con la cintura ed un buco troppo stretto. Non riesco bene a trovare le parole che cerco. I verbi di un muro non emettono suono.

O forse dicono parole troppo grandi per me? Per un uomo?

Ma che senso esiste, se esiste, non ne comprendo il significato, dentro a queste mura?

Più mi chiedo, meno capisco l’uomo.

 

Gerusalemme

30 Ottobre

 

Nella terra della Tigre

Né un uomo, né un eroe.

Nonostante tutto il frastuono di pellegrini sconsacrati, riuscivo ad intravedere i riccioli biondi e splendenti della Tigre.

Poi era come se i riccioli biondi si staccassero dalla sua testa e diventassero schegge d’oro che d’improvviso mi accecavano.

A che ora è l’ora dell’avvento?

I pellegrini ti cercano, Chioma Dorata, e tu appari a me come un semplice mercante con un sandalo slacciato.

 

Tel Aviv

06 Novembre

 

La resa dei conti

In Israele vendono trottole dappertutto. Io come la loro trottola.

Giravo, vagavo, sbattevo la testa, scappavo.

Dall’umanità? Da un’umanità che mi inseguiva ma che in realtà non mi inseguiva affatto. Era assolutamente poco interessata a me.

Macino le ore nella mia testa e intanto mi chiedo.

Scappavo da presunti carcerieri che mi correvano dietro unicamente nella mia fantasia. Tutto sommato, però, era un dolce fuggire.

L’odore della menta ancora danzava nel vento caldo, così l’immagine dei vecchi mercanti di spezie al varco dell’Oriente. I miei pensieri trasudavano indizi di shisha. Quest’ Asia pareva che dormisse, eppure risvegliava me.

Santi e animali da bestiario e l’aroma di incenso che mi avvolgeva insieme alla terra.

 

Quale dono potrò farti – pensai – che sarà simile al tuo?  Tu, spassionatamente, mi permetti di intuire la tua essenza.

A notte, ora, colma di questa visione, posso combattere i nemici fortissimi che mi inseguono.

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Riflessioni dalla Giordania

Giordania

31 Ottobre 2012

 

Petra

Città abusiva e frenetica. Città lenta e immobile.

Il tempo non esiste. O esiste? O non esiste?

Forse siamo noi che gli diamo forma, noi che gli diamo vita. Se ci allontanassimo dall’idea che quella data ora sia sempre quella data ora, quella data ora non sarebbe altro che un istante nella nostra mente, sospeso tra mille altri istanti uguali e diversi.

Qui il tempo passato e quello presente sono entrambi intrisi di sapore di sabbia e vento. La stessa sabbia e lo stesso tempo ora, come allora.

Il tempo non esiste, altrimenti non si spiegherebbe come io riesca perfettamente a percepire nel presente la presenza del passato.

Le carovane mi passano lente e rapide accanto. I mercanti vendono l’incenso.

Io annuso, leggera e turbata. Col turbante in testa.

 

Giordania

02 Novembre

 

Nel deserto

Il vento danza a tratti.

Nessuno qui vanta vuote verità palpabili.

Rumori soltanto silenziosi ed un sole testardo, che riesce a raggiungere la pelle nonostante i lunghi abiti chiari.

Sono un niente, me lo dice questa vastità. Riesco quasi ad intuire la forma del vento. Il mio cuore è più vicino al cielo, lo avverto.

Mi sento arrivata al culmine di me stessa.

 

Giordania

02 Novembre 

 

Discorsi con un beduino

Il nostro non è un dialogo tra i sordi, come la maggior parte dei dialoghi tra le persone nel mio paese.

Il nostro è un tacito accordo. Il nostro è un tacito modo di comunicare.

Non abbiamo bisogno di parlare, riusciamo ad intuirci.

 

Giordania

03 Novembre

 

Advat, sulla via dell’incenso

Il silenzio smisurato davanti a me. Sono talmente poco abituata a questa pace che le mie orecchie fischiano.

Dove un tempo viaggiavano carovane, oggi qualche auto distratta.

Il motore di un’auto, in questo sconfinato silenzio, rimbomba così forte che quasi mi convince, presuntuoso, di essere un aeroplano che si innalza verso mondi remoti.

 

Giordania

03 Novembre

 

Ripensando a Petra

Il desiderio di vivere quel tempo mi prese. Poi svanì. Poi lo desideravo di nuovo. Poi mi addormentai. E quando mi svegliai ero invasa dal sole, inondata di luce.

Nei miei pensieri ancora quegli uomini lenti.

Indossavano maschere?

Potevano sfuggirmi con le simulazioni cui gli uomini sono soliti abbandonarsi?

“Che ore sono?” sembravano chiedermi le strade. “Perché sei qui?”

Sono venuta a spiarti, passato.

Variabili intorno ad un’idea fissa

Perché i veri tesori dell’uomo sono inutili?

Cioè, voglio dire: una scimmia ha beni anch’essa, ma sono una banana, una pietra, un bastoncino che usa come strumento. Noi ci affezioniamo a marchingegni che non hanno alcuna funzione. I nostri sono simboli. Sono ancore emotive.

Dunque un disperato stratagemma contro il senso di vuoto ed incompletezza? Od un rito personale? una religione privata? un amore mistico?

E perché la dimensione del tesoro dimostra simbolicamente la superiorità di qualcuno su altri?

Effetto Civiltà

Su di noi è calato il velo di piombo dell’indifferenza, silenzioso e dimenticato come una bomba sul Sinai e la Palestina.

Ma sapremo proteggerci, del resto abbiamo saputo proteggerci dal freddo grazie al riscaldamento centrale e dal caldo grazie all’aria condizionata.

L’orologio occidentale

Milano era sveglia ma non si accorgeva di me, quella mattina, era troppo intenta ad abbandonarsi ai suoi lussureggianti sogni di gloria. Si stava rimettendo in moto ogni vano tentativo di quei buffi abitanti che parevano stranieri ai miei occhi, di correre verso la loro carriera inseguendo un tempo troppo veloce.

Qui il tempo decide e scandisce la tua vita. Qui non è l’uomo a influire sulla forma del tempo, come accade in altre culture, qui il tempo non è soggettivo, qui il tempo non è flessibile, aperto, elastico. Qui il tempo decide la tua vita e non viceversa. Nessuno sa regalarsi del tempo, non potrebbe.

Io in attesa come sempre, guardavo la città dopo che era piovuto ed un solo pensiero mi balenava.

Con tutto questo, io, non avevo più nulla a che fare.

La sottile linea del fratto

La solitudine non ha niente a che fare con i numeri primi.

La solitudine è qualcosa che ha a che fare con il denominatore, quello comune.

Equazione irrisolta fra l’impulso di ammassare oggetti e quello di sbarazzarsene

 

Io sospetto che tutto il tempo e gli sforzi che spendiamo nell’adoperarci a lavorare per meritarci cose nuove, mirino solo a risarcirci per il danno subito.

Sacrifichiamo la nostra libertà per diventare guardiani dei nostri intralci;

un tranello nel quale, miseramente, inciampiamo, seguendo l’impulso irrazionale che ci spinge a circondarci di cose perché loro non ci abbandoneranno mai.

La paura dell’abbandono è il perno della nostra orbita non-più-migrazionale, il punto intorno a cui ruota la nostra identità.

Seguimi, ti farò ancora abitare sotto le tende

Il sole sorge e tramonta sorge e tramonta e ancora. I cieli girano girano girano di continuo. I pianeti e le stelle mantengono un moto costante e perpetuo. Le acque crescono e si calmano crescono e poi calano. Gli acquitrini e i fiumi raggelano in inverno e si rimettono in moto con il primo sole. I venti si agitano. Cigni, anatre, oche e uccelli aspettano la primavera per le grandi migrazioni.

L’uomo è l’unico elemento stanziale. Il suo impulso non è emotivo, ma razionale. Usanze riprovevoli hanno infettato il suo cuore spingendolo a gerarchizzare ogni cosa, escludere chi non si conforma ai canoni del comportamento civile, chi non si impaccia di possessi, chi non è vincolato all’oppressione della tecnologia, chi è promiscuo, innocente o vegetariano.

Il lusso ha ostacolato la mobilità.

Dovremmo rinunciare ad ogni possesso, tranne che alle cose trasportabili.

Un ciuffo di penne bianche di gallo

 

Abbandonami allo straniero, lascia ch’io debba fidarmi di lui.

E non per istinto, non per scelta: lascia che io lo faccia per necessità.

In terra barbara, congedami.

Ch’io debba perdere per forza l’equilibrio,

trovarmi lontano dalla confidenza, dalla familiarità, dall’intimo.

 

Nella brutalità dell’ignoto intuisco la mia essenza.

L’ora del ritorno guaisce.

Bolivia, 22 Marzo 2011

 

Riflessioni dalle Ande

 

Corriamo su strade deserte,

verso dove la terra si prosciuga lentamente per lasciare spazio a vaste distese di sale.

 

Viaggiamo su un pulmino che porta carburante, vettovaglie, cocacola, pomodori

e i nostri pensieri.

 

Siamo a 4.100 metri di altezza e tutt’attorno a noi solo grandi quantità,

ammassi, catene, monti, montagne, vette.

Lo spazio sembra andare oltre, fin dove i nostri occhi non possono guardare.

 

L’aria è rarefatta,

la strada è pericolosa, brulla, cattiva.

Eppure noi non sembriamo accorgercene.

Mentre andiamo non abbiamo paura,

non sentiamo tremore,

guardiamo cose nuove

e lo facciamo con vecchio stupore.

 

Fu al ritorno,

d’improvviso,

del verde smeraldo più niente,

solo color bruno e rosso

erano le montagne.

 

La strada diventa crudele, quasi come volesse ricordarci che la Terra è ancora viva sotto di noi.

Le Ande si sollevano come se volessero ingoiarci.

Il cielo ci mette pressione.

Il tempo si inchioda.

 

Torniamo verso Europa,

torniamo verso Casa,

verso la nostra antica frenesia tanto cara

e la percezione della morte cambia.

 

Nel sussurro del vento

solo pensieri agonizzanti

e memorie del passato

si mischiano a piccoli sorsi di cocacola.

 

Poi capisco d’improvviso il mio non capire,

è l’ora del ritorno che guaisce.

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